Si accorse di essere osservata una mattina che, trafelata, correva per raggiungere il bus che rischiava di perdere, ed era in ritardo, al solito.
Le sue caviglie sottili si muovevano veloci sui tacchi a spillo, e la corsa sottolineava i suoi polpacci torniti, aveva bellissime e lunghe gambe, inguainate in calze sexy, con un antico vezzo, la riga sulla lunghezza della gamba.
Avvertì proprio la sensazione di avere due occhi che la scrutavano, attenti.
Provò a capire chi la guardasse in modo così insistente da farle muovere la pelle, ma nei dintorni, con un'occhiata frettolosa, non vide nessuno.
La giornata, dopo il bus preso per miracolo, scorse uguale a tutte le altre, il lavoro era uno di quelli di routine, senza troppi voli, e finalmente arrivò il momento in cui il bus poteva anche partire senza di lei.
Per tornare a casa si concedeva un po' di relax.
Aveva una camminata sicura. Sexy.
Lo sapeva, a volte usava questa consapevolezza, ma quella sera era assorta in qualche piccolo pensiero al quale doveva dedicare un po' di riflessione.
Poi, di colpo, di nuovo quella sensazione "strana".
Qualcuno la stava osservando, con attenzione, gli occhi mirati a lei.Lo sguardo, del quale non riuscì a capire la provenienza, la seguì fino sotto casa.
Entrò nel portone, girandosi ancora una volta per cercare il padrone dei due occhi curiosi, poi salì le scale.
Ritirò la posta e la incuriosì una busta color seppia, chiusa, senza francobollo, con il suo nome scritto con calligrafia composta, e null'altro.
Aprì la busta e trovò all'interno tre foto della sua corsa mattutina.
Una le inquadrava lo spacco della gonna, posto sul retro dell'indumento, e sottolineava calze e gambe e i tacchi sottili.
Una foto molto bella, sexy. Curata.
Una era un primo piano netto del suo sedere fasciato nella gonna del tailleur stretto.
Ed anche questa sembrava ripresa come se lei fosse in posizione.
La terza inquadrava il suo volto girato, con un primo piano degli occhi che cercavano proprio lo sguardo che aveva scattato quelle immagini.
Un misto di paura ed eccitazione la accompagnarono in casa.
I rituali gesti, doccia, coccole e cibo al gatto, la scelta di qualche brano per riempire il silenzio, una cena frugale e solitaria, un bicchiere di vino.
E quelle foto a martellarle la testa.
Dopo una settimana le foto erano circa una trentina.
Qualcuna ripresa anche mentre lei era in casa, sul balcone in compagnia di una sigaretta a guardare il mondo che si muoveva.
Il pensiero che qualcuno la spiasse la intimoriva, ma soprattutto, strano per lei che era sospettosa di natura, la eccitava.
Iniziò a vestirsi in modo più sexy, scollature profonde, gonne più corte, pizzi a vista.
Alti tacchi sui quali ondeggiava sinuosa.
Anche in casa indossava abitini aderenti, a volte truccava la bocca, sapendo che lui spesso inquadrava le sue labbra socchiuse o imbronciate.

Iniziò insomma un gioco che, diabolico, la governava.
Governava i suoi sensi, il suo sangue, il suo sesso, che era sempre bagnato, pulsante, perso tra quel misto di paura ed eccitazione.
Il gioco andò avanti, estenuante, per un mese.
Un mese nel quale le foto diventarono centinaia, e nel quale lei non riuscì a scoprire dove fosse puntato l'obiettivo.
Smise all'improvviso.
Lasciandole un senso di vuoto che non riuscì a spiegare a sé stessa.
Pensò di essersi isolata troppo, forse era il momento giusto per trovare un uomo, nonostante prima di quei maledetti scatti rubati non ne sentisse la necessità.
L'assenza del gioco la portò quasi al delirio sessuale.
Si vestiva, come per accogliere un amante, si toccava, godeva, gemeva.
Era preda di una trappola costruita da un carceriere che temeva ma che voleva assolutamente scovare.
Lo voleva.
Chiunque egli fosse. Comunque egli fosse.
Lui, ad ogni costo.
Era riuscito a fare breccia in una parte di lei sopita.
La parte che ora era scatenata e la rendeva troia.
Ecco, così si sentiva.
Sua e troia.
Guardava in continuazione le foto.
Fino a quando una sera ...
Nella buca delle lettere la busta, la solita.
Con il suo nome.
Fremendo l'aprì e guardò la foto frenando la propria voglia di urlare.
La foto non ritraeva lei.
Ma due occhi profondi e ridenti, bonari, ironici, due occhi che la stavano scopando, da quel pezzo di carta magica che si imprimeva di momenti di vita.
Due occhi che la fecero vegliare tutta la notte, con le mani che frugavano impazzite ovunque.
Turgidi i seni, bagnato il suo sesso che reclamava il padrone di quello sguardo.
Folle di voglia.
Il giorno dopo rientrò, la buca delle lettere vuota, delusa davanti all'ascensore.
Si accorse di Marco dopo qualche secondo.
"Ciao, anche tu fai le ore piccole in ufficio?"
Lui rispose: "Sì, è un periodaccio", senza togliere gli occhiali da sole.
Marco, il suo vicino storico.
Stesso pianerottolo, ma era certa di non conoscere neanche il di lui cognome.
Marco, settimo piano, come lei.
Marco, che nell'ascensore si toglie gli occhiali.
Marco che nella salita al piano schiaccia il pulsante ALT, la blocca contro la parete e la costringe a guardarlo.
Marco che le dice: "Click ...", prima di iniziare a strapparle i vestiti e a scoparla nell'ascensore bloccata.
malicewoman











2 commenti:
notevole,
accattivante...
@§---
Davvero appassionante. Hai il ritmo e la suspence di una scrittrice. Aspettiamo il seguito...
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